Perciò sono un attivista (e non compagno, amico o camerata). Riflessioni minuscole e personali sul momento politico.

Sono nato nel 1953. Ed ho cominciato a fare attività politica nel 1972.

Nel 1973, in occasione della morte di Roberto Franceschi, scortato dai camalli, con tanto di gancio (strumento in acciaio, appuntito, con all’estremità una traversa di legno tornita per impugnarlo. Serve per manipolare qualsiasi tipo di merce; era come un prolungamento del braccio con in più una mano d’acciaio) il mio primo comizio, in piazza Brignole, a Genova.

I Camalli garantivano la mia incolumità, visto che da socialista, rappresentante studentesco, ero in quegli anni a rischio.

Agghindato con tanto di eskimo e sciarpa rossa mi consideravo un compagno doc, ma gli extraparlamentari (lotta continua, lotta comunista, Movimento studentesco etc..) pensavano che socialisti e comunisti fossero la peggiore espressione della destra, da cancellare.

Tanto è vero che di lì a poco ci sarebbe stato l’assassinio di Guido Rossa.

Tempi duri.

Nel 1975, trasferitomi in Toscana, divento Assessore in una Giunta socialcomunista. Nel 1980 Sindaco.

La mia storia è quella di un “compagno”. Tale rimasto anche quando nel 1985, terminata l’esperienza di Sindaco e qualche anno prima rispetto all’era di maggior splendore del Craxismo ed al successivo crollo del PSI, decido di dedicarmi ad altro, di laurearmi (finalmente) e di indirizzare la mia vita verso la professione.

Nel 1993, a quaranta anni, sono psicologo. Nel frattempo per campare ho fatto una certa esperienza. Imprenditore, commerciante, membro di vari consigli di amministrazione di Enti ed Aziende sia private che pubbliche.

E nel 1993, con la fondazione del MoPI, lascio la politica attiva e divento politico della professione.

I compagni allora erano coloro che avevano una storia simile alla mia, gravitante in modo più o meno conflittuale, attorno al polo rappresentato dal PCI.

Gli amici erano i Democristiani.

I camerati i missini, di Almirante prima e, per un breve periodo, di Fini poi.

Poi arrivò Berlusconi. Per un attimo ci ho sperato, giusto un’attimo. Mi sono ricreduto talmente presto da non averlo votato neppure una volta.

Con Berlusconi i termini identitari (compagno, amico, camerata) perdono di senso. Presto, prestissimo, tutti diventiamo confusamente ed indifferenziatamente consumatori. Esasperando il mito dello yuppy già in qualche modo caratterizzante il periodo craxiano, Berlusconi riesce nel miracolo di far dimenticare la lotta di classe. Certo non sarà stato lui, certo i tempi della storia, certo il crollo dell’welfare, certo la globalizzazione nascente… ma tant’è!

Con l’era Berlusconi inizia un fenomeno. I camerati, Fini per primo, diventano affidabili democratici, i compagni comunisti si fondono con gli amici democristiani fino a dar vita al PD, i compagni socialisti confluiscono con alcuni camerati ex missini in un raggruppamento sino ad allora senza nome e che dal 1994 in poi si chiamerà Forza Italia.

Di tutto ciò era stata un’avvisaglia circa tre lustri prima la marcia dei 40.000. Marcia che fu il vero spartiacque di ciò che poi si sarebbe svelato in tutta chiarezza come la spaccatura, netta e drammatica, tra gli ultimi ed i penultimi di questo nostro paese.

Spaccatura funzionale, pilotata da quelli che avremmo imparato a conoscere sotto l’etichetta di “poteri forti” ovvero i “padroni del vapore” che la lotta di classe ben conoscevano e conoscono e che sino ad oggi con consapevolezza l’hanno gestita.

E funzionale era insinuare un dubbio. La profezia di Marx circa il progressivo indebolimento del ceto medio avrebbe potuto essere smentita? Tutti (ricchi e poveri) sapevano in cuor loro di no, ma qualcuno l’ipotesi ha deciso di cavalcarla, ed ancor oggi ci scommette..

Per venti anni Berlusconi, ed i suoi epigoni, principale dei quali Matteo Renzi, hanno continuato a “marciare” a protezione (parziale ed illusoria) dei penultimi (piccoli proprietari magari anche solo della loro casa, impiegati e funzionari statali, pensionati mediamente benestanti) e a sfavore degli ultimi (i poveri, gli immigrati, i più sfortunati). Hanno continuato a proporre politiche divisive che favorissero il conflitto, la spaccatura tra gli strati deboli della società.

Ok. Ha funzionato per un periodo. E Renzi stava quasi prendendo il posto di Berlusconi per rattoppare un po’ ed andare avanti ancora qualche decennio. Ma la situazione è precipitata.

Gli ultimi sono diventati troppi ed i penultimi pochi (o almeno non sufficienti a garantire il necessario consenso elettorale). Alla fine, con quasi un paio di secoli di ritardo, pare che Marx avesse ragione.

Faccio un passo indietro. Sessantacinque anni fa.

Mi è stato dato di nascere tra gli ultimi. Oggi me la cavo ma non posso dimenticare.

Occorre riprendere ad impegnarsi. Perciò sono un attivista.